Erik Gillo

Sono nato nell’anno in cui la Rai ha iniziato a trasmettere a colori e a Londra esplodeva il punk.

Mentre nasceva la televisione commerciale in Italia ero distratto dal Commodore 64.

A dieci anni iniziavo a mettere a fuoco il mondo che mi circondava attraverso le lenti di una Yashica FX-3 del ’79.

Ho preferito le figurine degli animali a quelle dei calciatori.

Ho vissuto l’inizio e la fine della stagione del grunge, amato il post-rock, scoperto il cinema d’autore, in infiniti pomeriggi trascorsi rumoreggiando con la chitarra imitando i Sonic Youth, e le puntate di Fuori Orario registrate su vhs sullo schermo a tubo catodico.

Nel frattempo sono stato travolto dall’invenzione di Tim Berners Lee, e buona parte di ciò che ne consegue.

Ho tradito presto il sogno infantile di diventare camionista, immaginandomi a fasi alterne giornalista, fotografo, webdesigner, negoziante di dischi, antropologo, informatico, sociologo, documentarista. Talvolta, come tanti, barista su spiaggia tropicale.

Oggi sono più o meno direttamente il risultato di tutto questo.

Mi muovo prevalentemente in bicicletta, in città e fuori. Il mio habitat naturale si colloca tra i 1.500 e i 3.500 metri slm, ma mi adatto rapidamente a quote prossime allo 0. Non ho ancora capito se sono apocalittico o integrato. Intanto non guardo la tv e non ho il profilo Facebook.

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